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Non si scrive per dire qualcosa, ma perché si ha qualcosa da dire (Francis Scott Fitzgerald)

 



Elio Toaff senatore a vita

 

Un sogno

Creatività  culturale e sviluppo della civiltà  sono prodotti dell'incontro tra i popoli, non della separazione delle genti. La chiusura nei confronti dell'altro è¨ all'origine del decadere delle civiltà  ed è strumento utilizzato per soffocare i fermenti di libertà .
La diversità  può anche essere una straordinaria ricchezza.Valorizzarne gli aspetti positivi non è¨ un dovere soltanto delle istituzioni, ma di ciascuno di noi.
La tolleranza è importante, ma non basta. Per costruire una società  più giusta occorre simpatia e partecipazione.
La difesa dei diritti degli altri promuove e assicura i diritti di tutti.

 


 


Presidente fatti processare! Scrivi a Berlusconi! Diffondi la cartolina

 
 "Un'Italia multietnica è più buona". E io metto il banner sul mio blog

 

 


 

NON PAGO - DI LEGGERE

politica estera
25 anni di impunità
17 aprile 2009
Domani, a Novellara, si svolge la processione del Baisakhi, la più importante festa sikh, se ho l'opportunità metto qualche foto.
Forse pochi sanno che alla base della migrazione dei sikh in Europa ci fu anche una strage da pochi ricordata. A riguardo posto un comunicato di Amnesty

INDIA: A 25 ANNI DAL MASSACRO DEI SIKH, NESSUNA GIUSTIZIA PER LE VITTIME

Amnesty International ha dichiarato che a distanza di 25 anni il governo indiano ha fallito nel tentativo di portare davanti alla giustizia i  responsabili del massacro di migliaia di sikh avvenuto nel 1984 a Delhi e in altre citta', a seguito dell'uccisione del Primo ministro Indira Gandhi.
Il 9 aprile il tribunale di Delhi ha rimandato la decisione sulla causa contro Jagdish Tytler, un importante membro del parlamento indiano ai tempi del massacro, dopo che l’Ufficio investigativo centrale aveva dichiarato di non avere alcuna prova contro di lui. La seduta e' stata rinviata al 28-29 aprile.
'L'ammissione da parte dell’Ufficio investigativo centrale di aver fallito nel raccogliere prove sufficienti potrebbe portare il tribunale a scagionare Tytler da tutte le accuse, mettendo fine ai processi contro chiunque sia stato accusato di responsabilita' nel massacro del 1984' - ha
affermato Ramesh Gopalakrishnan, ricercatore per il sud Asia di Amnesty International.
Jagdish Tytler e Sajjan Kumar erano stati accusati di aver incitato la folla a uccidere membri della comunita' sikh. Tytler e' stato ministro del governo federale indiano diverse volte ma si e' dimesso nel 2005, dopo che una commissione d’inchiesta aveva sollecitato  un'ulteriore indagine
sul suo presunto ruolo nel massacro e su quello di Kumar. Il ricorso contro l'assoluzione di Kumar resta pendente presso il tribunale di Delhi.
I due ora sono candidati con il Partito del Congresso nelle elezioni parlamentari indiane che si terranno il 7 maggio 2009.
'Sono passati 25 anni dal massacro e solo una piccola parte dei responsabili e' stata portata davanti alla giustizia. e' una vergogna nazionale' - ha affermato Ramesh Gopalakrishnan.
Almeno 3000 sikh sono stati assassinati in quattro giorni per rappresaglia contro l'assassinio del Primo ministro Indira Ganghi, avvenuto per mano della sua guardia del corpo sikh, il 31 ottobre 1984. 
 'Il fatto che 3000 persone possano essere uccise senza che nessuno sia portato davanti alla giustizia e' un oltraggio al concetto stesso di giustizia e dovrebbe rappresentare una vergogna per il governo indiano' - ha dichiarato Ramesh Gopalakrishnan.
 Sono stati esaminati solo 587 casi di atti criminali dopo il massacro e molto spesso le indagini sono state chiuse adducendo la mancanza di prove.
'Il fatto che il governo indiano chiuda questi casi per mancanza di prove e' ridicolo. Coloro che erano incaricati di portare avanti le indagini hanno fallito nello svolgere la parte piu' semplice del loro lavoro, compresa la registrazione delle dichiarazioni dei superstiti e dei testimoni' - ha continuato Ramesh Gopalakrishnan.
 Negli ultimi 25 anni ci sono state nove commissioni di inchiesta ma solo 25 persone sono state condannate per aver preso parte alle uccisioni. La maggior parte dei 72 ufficiali di polizia, che erano stati accusati di negligenza nello svolgere il proprio dovere e di aver offerto protezione
agli aggressori, e' stata esonerata. Solo quattro ufficiali hanno avuto una sorta di punizione formale, inclusa la riduzione della pensione.
'Dopo 25 anni e nove commissioni d’inchiesta il governo indiano puo' e deve fare meglio. Deve riaprire ogni caso e indagare in modo esauriente al fine di garantire giustizia alle vittime e ai sopravvissuti di questo terribile massacro'.
 Nel 2005 il Primo ministro Manmohan Singh condanno' la violenza contro i sikh nel 1984 e disse che i procedimenti penali contro i soggetti citati nel rapporto della IX commissione di inchiesta sarebbero stati riaperti e riesaminati 'nell'ambito della legge'.
Il ministro degli Affari esteri indiano, Pranab Mukherjee, che allora era ministro della Difesa, disse che ci sarebbero state indagini da parte delle autorita' competenti per arrivare a specifici verdetti contro coloro i quali erano citati nel rapporto.
'Per le vittime e i sopravvissuti del massacro del 1984 questo e' stato un percorso straziante in cui e' stata promessa loro giustizia e invece hanno visto il governo tradire quella promessa piu' e piu' volte' - ha dichiarato Ramesh Gopalakrishnan.
'Tutti i responsabili del massacro devono essere portati davanti alla giustizia, anche se sono leader politici, poliziotti o ufficiali del governo'.

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permalink | inviato da marcov il 17/4/2009 alle 20:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
Per fermare la violenza domestica, Amnesty International rivolge 14 richieste ai governi
25 novembre 2006
E' un po' che non rilancio gli appelli di Amnesty, vista la giornata e i drammatici dati apparsi sui mass-media, pubblico i titoli delle 14 richieste:

1. Condannare la violenza domestica
2. Aumentare la consapevolezza dell’opinione pubblica sulla violenza domestica
3. Utilizzare il sistema scolastico per contrastare i pregiudizi alla base della violenza domestica
4. Abolire le leggi che discriminano le donne.
5. Assicurare che la violenza domestica sia considerata un reato
6. Indagare e svolgere procedimenti giudiziari sulle denunce di violenza domestica
7. Rimuovere gli ostacoli nei procedimenti su casi di violenza domestica
8. Rendere obbligatoria la formazione del personale statale sulla violenza domestica
9. Assicurare finanziamenti adeguati
10. Realizzare e mettere a disposizione case rifugio per le donne in fuga dalla violenza domestica
11. Fornire servizi di sostegno e assistenza
12. Ridurre il rischio di violenza armata.
13. Raccogliere e pubblicare i dati sulla violenza domestica
14. Far conoscere alle donne i propri diritti



permalink | inviato da il 25/11/2006 alle 20:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
orrori abituali e orrori dimenticati
9 luglio 2005
Sarà magari un'impressione fallace ma mi sembra che l'attentato a Londra non abbia suscitato grandi emozioni tra l'opinione pubblica. Le iniziative di solidarietà sono poco affollate e gli speciali televisivi non registrano grandi ascolti.
Sarà l'estate o ci stiamo abituando all'orrore ?
Probabilmente passerà sotto silenzio anche il decimo anniversario della strage di Srebenica dove furono uccise 8.000 persone.
È un ricordo scomodo per tutti: per l'ONU che non fece nulla, per certi difensori della cristianità perché le vittime furono musulmane, per gli antiamericani perché quella volta gli USA non c'entravano per nulla, per  i campioni dell'interventismo democratico perché quella volta erano in altre faccende affancendate.
Riporto un passo di un comunicato di amnesty International
Alla vigilia del decimo anniversario del massacro di circa 8.000 adulti e ragazzi musulmano-bosniaci a Srebrenica, i soci di Amnesty International di ogni parte del mondo si uniranno nella richiesta di assicurare alla giustizia i responsabili.
Il 10 luglio 1995, le forze serbo-bosniache avanzarono verso l'enclave di Srebrenica, nella 'zona di sicurezza' istituita dalle Nazioni Unite in cui avevano trovato riparo decine di migliaia di musulmano-bosniaci. Dopo la caduta di Srebrenica nelle mani dei serbo-bosniaci, migliaia di adulti e ragazzi vennero divisi dal resto della  popolazione e deliberatamente e arbitrariamente assassinati. Questa uccisione di massa, sistematica e organizzata di migliaia di persone e' stata definita la piu' grande atrocita' commessa in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale ed e' stata riconosciuta come atto di genocidio dal Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia.
L'ampio numero di casi irrisolti di 'sparizione', in cui i responsabili non sono stati ancora assicurati alla giustizia, e' probabilmente la piu' grave violazione dei diritti umani in corso nella Bosnia ed Erzegovina.
'A dieci anni dalla fine della guerra in Bosnia ed Erzegovina, le donne di Srebrenica sono ancora in attesa che gli uomini che assassinarono i loro figli e mariti siano consegnati alla giustizia. Molte attendono che i corpi dei loro cari siano loro restituiti per una sepoltura e che la venga riconosciuta la loro sofferenza' - ha dichiarato Paolo Pignocchi, coordinatore di Amnesty Italia per i Balcani.
Sebbene alcuni responsabili siano stati processati dal Tribunale per l'ex Jugoslavia e negli ultimi mesi diversi indiziati si siano consegnati volontariamente, dieci imputati, tra cui l'ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic e gli ex generali serbo-bosniaci Ratko Mladic e Zdravko Tolimir sono ancora liberi, con ogni probabilita' nella Republika Srpska o in Serbia.
'A oggi, non una singola persona incriminata dal Tribunale per l'ex Jugoslavia e' stata arrestata dalle autorita' della Republika Srpska (….)



permalink | inviato da il 9/7/2005 alle 19:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
LA TIAN AN MEN DI ANDIJAN: AMNESTY INTERNATIONAL CHIEDE AL GOVERNO UZBECO
17 maggio 2005

Amnesty International ha duramente condannato il ricorso alla forza contro la popolazione civile di Andijan e ha chiesto alle autorita' dell'Uzbekistan di aprire un'indagine rapida e indipendente su quanto accaduto nei giorni scorsi, renderne pubblici i risultati e assicurare alla giustizia i responsabili.
Per il governo, le vittime sarebbero alcune decine, per lo piu' militari. Tuttavia, secondo testimoni oculari e il personale dell'ospedale di Andijan, i morti sarebbero svariate centinaia, tra cui donne e bambini,  e i feriti ancora di piu'.

"La grande maggioranza delle migliaia di persone che manifestavano nella piazza principale di Andijan, su cui le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco la sera del 13 maggio, invocavano la giustizia e chiedevano la fine della poverta'. I militari, senza preavviso, hanno aperto il fuoco dai blindati, mirando indiscriminatamente contro la folla" ha dichiarato un portavoce di Amnesty International.
L'organizzazione per i diritti umani teme che le autorita' uzbeche possano utilizzare i fatti di Andijan per giustificare un ulteriore giro di vite contro il dissenso e la liberta' di espressione, con una conseguente nuova ondata di arresti arbitrari in nome della 'sicurezza nazionale' e della 'guerra al terrore'.
Secondo attivisti locali per i diritti umani, le forze di sicurezza stanno setacciando Andijan, casa per casa, alla ricerca degli organizzatori delle manifestazioni e procedendo ad arrestare chiunque sia sospettato di avervi preso parte. La situazione e' preoccupante anche a Kara-Sau, al confine con il Kyrgyzstan, dove si e' estesa la rivolta.

'I manifestanti e le loro famiglie rischiano fortemente di essere arrestati. La tortura contro i detenuti e' endemica. Ora, dopo aver interrotto tutte le comunicazioni con Andijan e aver bloccato l'accesso alla citta', le autorita' possono agire impunemente'  - avverte Amnesty International.
La scorsa settimana piu' di un migliaio di familiari e sostenitori di 23 uomini d'affari, sotto processo per 'estremismo islamico', avevano dato vita a una manifestazione pacifica, protestando l'innocenza degli imputati e denunciando le torture da loro subite. La notte del 13 maggio, quando uomini armati hanno fatto irruzione nella prigione locale liberando oltre 4000 detenuti. Non e' chiaro se vi sia o meno una relazione tra le manifestazioni e l'assalto alla prigione. Le forze di sicurezza hanno fatto ricorso alle armi per riprendere il controllo della citta', causando un numero ancora non precisato di vittime.
L'anno scorso centinaia di persone, attivisti islamici e loro familiari, non coinvolti in atti di violenza, sono state arrestate arbitrariamente a seguito di una serie di attacchi dinamitardi e azioni suicide contro posti di blocco della polizia e contro le ambasciate degli Usa e di Israele.
Decine di uomini e donne sono stati condannati per 'terrorismo', al termine di processi irregolari nel corso dei quali sono state usate prove estorte con la tortura.

L'Uzbekistan e' un partner-chiave della 'guerra al terrore' degli Usa.
Tuttavia Washington si e' vista costretta, nel luglio 2004, a sospendere gli aiuti al paese.
Quest'anno, ad aprile, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo ha tagliato gli aiuti e gli investimenti poiche' il governo di Tashkent non ha soddisfatto i requisiti sui diritti umani richiesti da quell'organismo. Le elezioni parlamentari di dicembre sono state criticate dall'Osce in quanto non hanno rispettato gli standard internazionali relativi ad elezioni democratiche. Condanne a morte ed esecuzioni continuano ad avere luogo.




permalink | inviato da il 17/5/2005 alle 19:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Amnesty su reato tortura
29 gennaio 2005

In occasione dell'udienza preliminare sulle violenze compiute nella caserma di Genova Bolzaneto durante il G8 del 2001, Amnesty International e l'Associazione Antigone denunciano ancora una volta la preoccupante lentezza con cui la Camera dei Deputati sta affrontando il tema della tortura e rilanciano l'iniziativa per una sollecita introduzione del reato di tortura nel codice penale italiano.

'Dopo la brutta figura voto dello scorso aprile, in base al quale vi sarebbe stato reato di tortura solo in presenza di un atto reiterato, ci saremmo aspettati uno scatto di orgoglio da parte del Parlamento italiano, con una condanna rapida e decisa di questa pratica inumana' ? ha dichiarato Marco Bertotto, presidente di Amnesty International Italia.

'Invece, a quasi quattro anni dalla presentazione del primo progetto di legge, siamo ancora una volta in attesa che si pronunci la commissione Giustizia della Camera, per poter poi superare l'esame dell'Aula e del Senato. Il Parlamento e' inadempiente anche di fronte alle centinaia di migliaia di cittadini che hanno firmato gli appelli rivolti ai presidenti di Camera e Senato e al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi'.

'Apprezziamo il fatto che i deputati sembra abbiano trovato l'accordo su un nuovo testo sufficientemente conforme alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura' ? ha sottolineato Patrizio Gonnella, coordinatore nazionale di Antigone. 'A maggior ragione, la lentezza dei lavori parlamentari e' incomprensibile e inaccettabile, soprattutto ora che si avvicina la fine della Legislatura. La mancanza di un reato specifico nel codice penale italiano non solo costituisce una grave inadempienza dell'Italia in tema di diritti umani, come piu' volte evidenziato dalle Nazioni Unite, ma garantisce l'impunita' a chi compie atti di tortura nel nostro paese'.

Le due associazioni auspicano che i procedimenti avviati a Genova conducano all'accertamento delle responsabilita' e, in conformita' agli standard internazionali, riconoscano piena giustizia e risarcimento alle vittime.



permalink | inviato da il 29/1/2005 alle 19:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Indonesia: i diritti umani fondamentali nei soccorsi e nella ricostruzione
23 gennaio 2005
Amnesty International ha contattato i membri del Gruppo di Consultazione sull'Indonesia, che si riunisce a Giakarta oggi e domani, sollecitandoli a non porre in secondo piano i diritti umani durante i soccorsi e la ricostruzione.
Nel briefing, Amnesty International evidenza alcune preoccupazioni, gia' esistenti da tempo, per la situazione dei diritti umani ad Aceh, insieme a nuovi aspetti relativi alla crisi umanitaria causata dal terremoto e dal successivo maremoto che hanno colpito la provincia.
'All'indomani di una catastrofe naturale, i principi del diritto internazionale dei diritti umani rimangono fondamentali e non devono essere visti come un'opzione di lusso da riprendere in considerazione una volta ristabilita la situazione' ? ha dichiarato un portavoce dell'associazione.
Amnesty International preme sulla comunita' dei paesi donatori affinche' agisca, insieme al governo indonesiano, per garantire che:
- vi sia pieno e illimitato accesso ad Aceh per gli operatori umanitari e i difensori dei diritti umani;
- gli sfollati siano trattati nel pieno rispetto dei Principi guida delle Nazioni Unite sui profughi interni e delle altre norme internazionali riguardanti la protezione degli sfollati;
- le donne e i gruppi piu' vulnerabili (come i bambini, gli anziani e le persone con disabilita') abbiano piena protezione;
- vi siano stretta cooperazione ed efficace coordinamento con le organizzazioni non governative locali e con altri attori della societa' civile nello sviluppo, nell'attuazione e nella valutazione dei programmi di assistenza e protezione;
- sia assicurato il primato della legge e non vi sia alcuna impunita' per gli autori di violazioni dei diritti umani.



permalink | inviato da il 23/1/2005 alle 19:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
politica estera
buone notizie ? Questa settimana solo dal Cile
21 dicembre 2004
Cile: dichiarazione di Marco Bertotto, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International, sulla decisione di porre agli arresti domiciliari Augusto Pinochet
'La decisione del giudice Juan Guzman di porre Augusto Pinochet agli arresti domiciliari dimostra l'impegno della magistratura cilena nella ricerca della verita' e della giustizia. Si tratta di un atto importante, dopo due decenni di ritardi, che fa tornare la fiducia sulla possibilita'
che i responsabili dei crimini contro l'umanita' commessi durante il governo militare di Pinochet vengano giudicati e condannati.
L'ordinanza del giudice Guzman e' il frutto dell'instancabile e coraggiosa azione di avvocati, associazioni per i diritti umani e parenti delle vittime. Forse, ora, e' possibile affermare che il loro sforzo non e' stato vano'.



permalink | inviato da il 21/12/2004 alle 18:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Amnesty: altre notizie dalla Cina
7 dicembre 2004

CINA: NONOSTANTE I RISCHI, AUMENTA IL NUMERO DEGLI ATTIVISTI PER I DIRITTI UMANI
In occasione dell'incontro tra Unione europea (Ue) e Cina, in programma questa settimana all'Aja, Amnesty International ha diffuso un rapporto sul crescente numero di attivisti impegnati nella lotta per i diritti umani in Cina e sui grandi rischi cui vanno incontro.
'Il numero dei gruppi e delle singole persone che si impegnano nella protezione dei diritti umani e' sempre maggiore' ? ha dichiarato Francesco Visioli, coordinatore Cina della Sezione Italiana di Amnesty International ? 'nonostante il costante clima di sfiducia e ostilita' e il rischio di arresti e detenzioni'.
Negli ultimi 18 mesi, almeno cinque attivisti sono stati imprigionati con vaghe accuse concernenti 'segreti di Stato', per aver raccolto e diffuso all'estero informazioni sulla situazione dei diritti umani. Tre di essi sono:- Abdulghani Memetemin, 40 anni, giornalista e insegnante, che ha segnalato violazioni dei diritti umani ai danni della minoranza etnica uigura nella regione autonoma del Xinjiang; - Liu Fenggang, 45 anni, autore di alcuni rapporti sulla distruzione delle chiese protestanti e sul brutale trattamento subito dagli aderenti a gruppi religiosi clandestini; - Zheng Enchong, 54 anni, avvocato, rappresentante di un gruppo di famiglie che erano state sfrattate con la forza dalle loro abitazioni di Shanghai, accusato di aver trasmesso documenti via fax a un'organizzazione per i diritti umani di New York.
'Questi tre uomini costituiscono l'esempio di un crescente numero di persone che in Cina sfidano le leggi repressive per difendere i fondamentali diritti umani' ? ha sottolineato Visioli. 'Chiediamo al governo di Pechino di rilasciarli, insieme a tutte le altre persone imprigionate a causa delle loro pacifiche attivita' in difesa dei diritti umani'.
Le leggi cinesi contengono vaghe formulazioni di reati, quali 'sovversione' e 'sottrazione di segreto di Stato', che possono essere usate per arrestare e imprigionare chiunque per il semplice fatto di essere impegnato in legittime azioni in favore dei diritti umani. Gli attivisti, inoltre, vanno frequentemente incontro a detenzioni arbitrarie, minacce e intimidazioni.
Quest'anno, a marzo, un emendamento alla Costituzione cinese ha inserito la frase 'lo Stato rispetta e protegge i diritti umani'. La piu' evidente dimostrazione di tale impegno sarebbe la fine degli arresti, delle detenzioni arbitrarie e delle intimidazioni nei confronti degli attivisti per i diritti umani.
La Costituzione, inoltre, garantisce ai cittadini il diritto di presentare reclami alle autorita'. Ma proprio un'istituzione statale, l'Accademia delle scienze sociali, ha dichiarato recentemente che sempre piu' persone ritengono che i canali ufficiali non siano piu' sufficienti a gestire le denunce sui casi di corruzione e di abusi. L'Accademia ha ammesso che alcuni governi locali hanno fatto ricorso alla violenza per impedire alle persone che protestavano di inoltrare le proprie denunce al governo centrale, una pratica descritta come 'vergognosa e agghiacciante'.
Gli attivisti operano in numerosi settori, dai cristiani che difendono il proprio diritto a professare una fede religiosa, al gruppo delle 'Madri di Tiananmen' che chiedono giustizia per i loro figli uccisi nella repressione del 1989. Ma il tema dell'attivismo in Cina riguarda tutti i diritti: economici, sociali, culturali, civili e politici.
'Le autorita' cinesi devono riconoscere che queste persone stanno agendo per proteggere i diritti umani dei propri concittadini' ? ha aggiunto Visioli. 'Devono garantire che tutti gli attivisti siano in grado di lavorare senza timore di minacce, arresti arbitrari e ogni altra forma di abuso dei loro diritti'.
Amnesty International chiede alla comunita' internazionale, compresa l'Unione europea, di sollecitare la Cina a rilasciare tutte le persone attualmente in carcere per aver svolto pacifiche attivita' in favore dei diritti umani e a riformare le leggi utilizzate per imprigionarli.
Il rapporto reso pubblico oggi contiene appelli in favore dei seguenti prigionieri e gruppi di prigionieri:
- Li Dan, 26 anni, che difende il diritto alla salute delle persone che hanno contratto il virus dell'Hiv/Aids;
- Yao Fuxin, 54 anni, e Xiao Yunliang, 58 anni, imprigionati per aver difeso pacificamente i diritti dei lavoratori;
- Zhang Shengqi, 30 anni, e Xu Yonghai, 44 anni, appartenenti alla chiesa protestante (non riconosciuta) e impegnati a proteggere il diritto alla liberta' di religione dei propri confratelli cristiani;
- le Madri di Tiananmen, un gruppo di parenti che chiede giustizia per coloro che vennero uccisi nel corso della repressione di Pechino del 1989.

fine del comunicato




permalink | inviato da il 7/12/2004 alle 19:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
La cattiva lezione
2 ottobre 2004

Cina: scolaresche portate ad assistere alle secuzioni, denuncia Amnesty International

Secondo quanto riportato da un sito internet cinese, alcune centinaia di studenti tra i 6 e i 17 anni, sono stati portati ad assistere all'esecuzione pubblica di sei condannati a morte in quello che Amnesty International descrive come una 'modalita' veramente macabra di celebrare una ricorrenza'.
'Il governo cinese 'celebra' regolarmente le feste nazionali mandando a morte decine e decine di persone' ? ha affermato Karen Hooper, coordinatrice pena di morte di Amnesty Italia. 'Quest'anno il Festival di meta' autunno e' coinciso con la Festa nazionale cinese del 1° ottobre e c'e' stato un elevato numero di esecuzioni', almeno 100 secondi dati disponibili.
Le scolaresche facevano parte di un pubblico di oltre 2.500 persone, convocato il 27 agosto in una palestra di Changsha (capitale della provincia dello Hunan) per assistere alla fucilazione pubblica di sei condannati a morte.
Gli alunni delle scuole elementari e medie, nelle loro uniformi scolastiche, hanno ascoltato i capi d'accusa (aggressione, sequestro e omicidio) e poi hanno assistito all'esecuzione dei sei prigionieri.
Amnesty International si oppone alla pena di morte in ogni circostanza. Portare bambini ad assistere alle esecuzioni viola palesemente la Convenzione sui diritti dell'infanzia, ratificata dalla Cina nel 1992, laddove afferma che l'educazione dev'essere diretta a 'sviluppare il rispetto per i diritti umani e le liberta' fondamentali'.




permalink | inviato da il 2/10/2004 alle 19:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
Cap Anamur un indecoroso spregio per le piu' elementari norme del diritto internazionale e del diritto dei diritti umani.
8 luglio 2004

DICHIARAZIONE DELLA SEZIONE ITALIANA DI AMNESTY INTERNATIONAL  SUL CASO DELLA NAVE CAP ANAMUR

La nave di bandiera tedesca Cap Anamur si trova attualmente al largo di Porto Empedocle, nella zona contigua, con a bordo 37 profughi non identificati, probabilmente provenienti dal Sudan (36) e dalla Sierra Leone (1), che sono stati salvati in mare in acque internazionali. La nave lambisce da giorni le acque territoriali italiane senza poterle attraversare per un divieto espresso su ordine dal ministero dell'Interno (insieme alla controparte tedesca), che ha dichiarato di ritenere 'assolutamente doveroso il rispetto della norma internazionale che impone la presentazione della domanda d'asilo nel luogo di primo approdo (in questo caso Malta) dei presunti profughi (?) Una deroga, seppure per motivi umanitari, a questa norma  costituirebbe un pericoloso precedente e potrebbe aprire la strada a numerosi abusi'.

Su tutta una serie di fatti sono apparse notizie contraddittorie: riguardo all'eventuale attraversamento del mare territoriale maltese, da parte della Cap Anamur, con a bordo i profughi/naufraghi; se la nave avesse oppure no ottenuto il permesso di attraccare in territorio italiano; se essa abbia o meno dichiarato l'SOS nel chiedere l'ingresso in Italia; se, infine, il capitano abbia o meno inviato una lista di passeggeri naufraghi alle autorita' italiane.
Amnesty International intende evidenziare i seguenti aspetti fondamentali:
* Il diritto internazionale del mare stabilisce che un naufrago salvato abbia diritto ad essere sbarcato 'nello scalo successivo'. Scalo successivo non significa 'approdo piu' vicino in miglia nautiche', ma quello che la valutazione professionale del capitano della nave ritiene essere il prossimo punto in cui e' conveniente sbarcare, tenuto conto anche della rotta della nave.
* Il diritto internazionale dei rifugiati stabilisce che nessuno possa essere indiscriminatamente ed indistintamente respinto alla frontiera: e' un corollario del principio di non refoulement, non-respingimento, che esige che chiunque si presenti alla frontiera sia quanto meno identificato ed abbia diritto ad accedere alla procedura di asilo. Solo tramite l'identificazione di ciascun profugo/naufrago si puo' rendersi conto di quali sono i Paesi verso cui tale persona non puo' essere in alcun modo rimpatriata/diretta, in base all'art. 33 della Convenzione di Ginevra.
Nella situazione attuale, quello delle autorita' italiane equivale ad un illegittimo respingimento collettivo alla frontiera, in violazione della Convenzione di Ginevra sullo Status di Rifugiato.
* Il regolamento CE 343/2003 del Consiglio dell'Unione Europea del 18 febbraio 2003 (il cosiddetto Dublino II, che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l'esame della domanda d'asilo), al quale sembrano riferirsi i Ministri Pisanu e Schilly, puo' trovare applicazione solo dopo che i richiedenti asilo abbiano presentato domanda in uno Stato dell'Unione.

Il caso della Cap Anamur e' esemplificativo dell'atteggiamento generale dell'Unione Europea e del Governo italiano sul tema dei rifugiati: il pericolo di 'creare un precedente' vagheggiato dai due ministri e' quello di creare un precedente di corretta applicazione del diritto internazionale. Cio' che comunica questo atteggiamento e' un indecoroso spregio per le piu' elementari norme del diritto internazionale e del diritto dei diritti umani.

Amnesty International, insieme alle organizzazioni Ics e Medici senza Frontiere, ha espresso oggi al ministro Pisanu, sollecitando un incontro immediato, la propria preoccupazione per le violazioni del diritto internazionale marittimo e del diritto internazionale dei rifugiati che si stanno configurando in capo al governo italiano.
* In particolare, ad una nave con naufraghi a bordo deve essere sempre data la possibilita' di accedere al porto, senza che si possa rifiutare l'approdo in ragione del fatto che non era il punto piu' vicino al punto di salvataggio. Di certo, di fronte alle acque territoriali, il punto piu' vicino di salvataggio adesso e' Porto Empedocle. E' uno, infatti, il principio fondamentale che l'Italia e' tenuta a rispettare: gli Stati devono facilitare lo sbarco dei naufraghi, a prescindere dal loro status.
I 37 sulla Cap Anamur devono quindi poter scendere a terra prima possibile e ottenere adeguata protezione.
* In secondo luogo, in base al diritto internazionale dei rifugiati ed al Regolamento di Dublino II, deve essere dato regolare accesso alla procedura di richiesta di asilo a tutti coloro che desiderino beneficiarne. Affinche' cio' avvenga, deve essere consentito ai 37
profughi di entrare nel territorio italiano e poter presentare la domanda sulla terra-ferma. Sarebbe infatti contraria allo spirito della Convenzione di Ginevra un'analisi delle domande a bordo della nave, ancorche' essa entrasse in acque territoriali, per l'assenza di tutte le dovute garanzie (ad es. interpreti).
* Se non vengono rispettati i suddetti criteri, il governo italiano e' responsabile della violazione del diritto internazionale sotto i vari profili illustrati.

FINE DEL COMUNICATO 




permalink | inviato da il 8/7/2004 alle 23:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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novembre